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venerdì 19 giugno 2015

Muri liberi: la svolta della street art a Milano

Ci sono voluti quasi tre anni di lavoro (e questo già basterebbe per aprire una riflessione sulle tempistiche di reazione della macchina amministrativa) ma alla fine possiamo dire che "ce l'abbiamo fatta".
Era il 2012 quando, insieme alla collega Paola Bocci, si cominciava a ragionare di street art, writing, arte pubblica, cercando un confronto con quei mondi per cogliere esigenze e aspettative, per comprendere fino in fondo la natura dei conflitti, i dialoghi mancati, le opportunità sprecate, il rebus di un mondo multiforme, che il centrodestra di governo a Milano aveva saputo guardare per così tanti anni solo con le lenti della repressione. Insomma, per capire e per provare a costruire politiche diverse, ferme nella condanna dei fenomeni vandalici ma finalmente libere dai pregiudizi, centrate sulla valorizzazione del talenti, sulla creazione di opportunità, sullo stimolo all’imprenditoria artistica culturale e sulla libertà di espressione. Non solo: consapevoli e non schiavi della complessità (e del fascino) di questo fenomeno, in cui i confini tra lecito e proibito si sovrappongono di continuo, imponendo a chi amministra di sperimentare soluzioni non banali, lontane dal bianco o nero di chi non riesce ad andare oltre alla logica dei “buoni o cattivi”.

Lo avevamo detto, nel novembre del 2014, che serviva una svolta.
Lo avevamo scritto nero su bianco su un ordine del giorno [leggi], lo avevamo fatto discutere al Consiglio [guarda il video del mio intervento] e lo avevamo approvato (con i voti della maggioranza). Era diventato l’indirizzo politico dell’Amministrazione sulle politiche legate alla street art. Mica poco.

Oggi quell’atto di indirizzo diventa un atto esecutivo: una delibera (firmata dagli assessori Rozza e Granelli, che vanno ringraziati per la tenacia) che lancia una scommessa.
Istituisce i “muri liberi”. Circa 100 superfici, completamente autogestite.
Cavalcavia, muri di recinzione, sottopassi e sovrappassi che potranno essere liberamente dipinti da chiunque, senza il rischio di essere sanzionati [qui la lista].
Una scommessa, certo, perché il successo dell’iniziativa non è scontato. Dipenderà da quanto le crew storiche, i ragazzi più giovani, le associazioni culturali e tutti quelli che vorranno metterci un po’ della loro vernice, vorranno cogliere questa occasione e dimostrare maturità nella gestione autonoma delle superfici. Un po’ come succedeva anni fa, con le “wall of fame”, palestre autogestite per i ragazzi, diventate nel tempo testimonianze di altissimo valore artistico.
Noi ci crediamo, perché in fondo questo provvedimento non nasce dall’alto, ma anzi è frutto di un confronto durato anni con tanti artisti della città (che non finiremo mai di ringraziare). Crediamo quindi che risponda davvero, con uno strumento innovativo, ad un’esigenza concreta. E crediamo che sia anche una risposta politica, finalmente. Una risposta coraggiosa.

Oggi è un giorno di soddisfazione, ma non finisce certo qui. Resta tantissimo ancora da fare e i fronti di lavoro aperti sono davvero numerosi: dal ruolo della street art nella riqualificazione dello spazio urbano alla progettazione delle modalità di intervento sulle facciate cieche della città o nei mezzanini della metropolitana. Dalla riflessione sulle migliori modalità di finanziamento degli interventi di arte pubblica, fino alle necessità di regolare, in prospettiva futura, un’offerta di progetti che comincia finalmente a crescere in modo significativo.
Chi vuole partecipare al dibattito, contribuendo a scrivere un pezzo delle nostre politiche per il futuro, è il benvenuto.




domenica 7 giugno 2015

Legalizzazione delle droghe leggere: a che punto siamo?

Un anno e mezzo fa, assieme ai colleghi Luca Gibillini (SEL), Marco Cappato (Radicali) e Anita Sonego (FDS) avevamo presentato in Consiglio Comunale una mozione per chiedere al Governo e al Parlamento di mettere mano una volta per tutte all'impianto normativo proibizionista e punizionista che regola la materia delle sostanze stupefacenti.
Pochi mesi dopo, era arrivata la sentenza della Corte Costituzionale (la giustizia prima della politica...) a sancire l'incostituzionalità di alcune parti sostanziali della legge Fini-Giovanardi, in particolare laddove le droghe leggere venivano equiparate a quelle pesanti.
Oggi però il dibattito parlamentare sulla legalizzazione delle droghe leggere sembra arrivato ad una svolta vera. E' merito di una consapevolezza crescente dell'opinione pubblica, dell'esempio progressista di tanti altri paesi nel mondo (qui una mappa interessante di quello che succede all'estero), ma è merito sicuramente anche del lavoro dell'intergruppo parlamentare promosso dal Sottosegretario agli Affari Esteri Benedetto Della Vedova, che ad oggi ha visto l'adesione di 120 Parlamentari di molti schieramenti diversi. L'intergruppo, che ha l'obiettivo di produrre una sintesi tra le diverse proposte di legge già sul tavolo dovrebbe proporre già nei prossimi giorni qualche risultato concreto.

E' per questo che con il Circolo 02PD, in collaborazione con i Giovani Democratici di Milano, abbiamo organizzato una serata di approfondimento e dibattito (8 giugno ore 21, circolo Acli Lambrate, via Conte Rosso 5) per fare il punto della situazione: capire quali sono le differenze tra le proposte di legge esistenti, quali i punti di incontro e quale potorebbe essere, nel concreto, la via italiana alla legalizzazione.
Interverranno:

- Benedetto DELLA VEDOVA (Sottosegretario al Ministero degli Affari esteri e Cooperazione Internazionale, promotore dell'Intergruppo parlamentare per la legalizzazione e la depenalizzazione della marijuana)
- Ivan SCALFAROTTO (Sottosegretario al Ministero delle Riforme costituzionali e Rapporti con il Parlamento, promotore del DDL "Modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope recanti la depenalizzazione del consumo e la riduzione dell’impatto penale")

- Isabella MERZAGORA (prof.ssa di criminologia presso Università degli Studi di Milano) sulla cultura del proibizionismo;
- Elenonora MONTANI (ricercatrice dell'Università Bocconi presso il Dipartimento Studi Giuridici) sul commercio di droga e la criminalità organizzata transnazionale;
- Antonella CALCATERRA (Camera Penale di Milano), sull'impatto del proibizionismo sulle carceri.  


Spero che saremo in tanti.

giovedì 12 febbraio 2015

Taxi e Uber. Quando il confronto diventa violenza

Succede che a Milano, città dell'innovazione, un gruppo di conservatori, violenti e machisti scelga per l'ennesima volta le minacce e gli insulti come "metodo di lavoro".
Succede nel giorno in cui il Comune assegna (a Fastweb) il bando per il numero unico per i taxi, un passo avanti per rendere più semplice ed efficiente il servizio a partire dai mesi di Expo.
Io sto dalla parte della città che cambia. La forza gentile.
E credo che non ci sia nulla di più vero di queste parole di Beppe Severgnini, prese in prestito dal Corriere della sera.

Benedetta ha Paura
Una ragazza italiana è uscita per andare al lavoro e ha trovato appeso ai fili elettrici, a 15 metri d’altezza, visibile a tutta la strada, un lenzuolo con la scritta “[nome cognome] è una puttana e riceve in [indirizzo privato]. Per l’assessore [cognome] è gratis”. Il fatto è accaduto in via Palermo, nel centro di Milano, tra martedì e mercoledì, mentre la gente guardava la prima serata di Sanremo e qualcuno tornava dal cinema.

Non ho inserito subito i nomi perché vorrei vi metteste nei panni di quella ragazza. Immaginate cos’ha provato, uscendo di casa. Adesso i nomi li posso fare: l’interessata mi ha autorizzato. Lei si chiama Benedetta Arese Lucini ed è general manager in Italia di Uber. L’assessore è Pierfrancesco Maran. Qualche mese fa era apparso un suo pupazzo in città, con una foto della signorina all’altezza dell’inguine.

La società californiana Uber offre trasporto urbano tramite una app ed è presente in 53 Paesi. Spesso ci sono state incomprensioni, discussioni, negoziati. Ma in nessun posto al mondo è accaduto quello che sta accadendo in Italia. Ci sono stati episodi di violenza in diverse città, tra cui Milano a Torino. Benedetta Arese è stata derisa, insultata e minacciata. Fino al lenzuolo appeso, nel giorno delle assemblee dei taxisti. 

Non è una bravata: è una vergogna. Le preoccupazioni dei taxisti sono comprensibili, le cautele delle amministrazioni ragionevoli, i desideri dei cittadini evidenti (avere trasporti privati efficienti). Quello che è inaccettabile è aver portato lo scontro a questo punto. Una città che si comporta così non può ospitare Expo2015. Al massimo, una convention internazionale di teppisti.

In quel lenzuolo non c’è, infatti, solo diffamazione e prepotenza. C’è un modo di intendere le donne. Se Benedetta fosse stata un manager americano, un Ben o uno Stan con i baffi hipster, i toni sarebbero stati diversi. Intimidire una giovane italiana per scoraggiare un concorrente. I taxisti di Milano – con cui viaggio quotidianamente, discuto e scherzo - devono intervenire. Tocca a loro fermare questa deriva. Dicano “Basta”. Perché se a Benedetta Arese succede qualcosa, non potranno cavarsela sussurrando “Le solite teste calde!”.

Nell’attesa, un’informazione personale. Non avevo, fino a ieri, un profilo Uber. Oggi mi sono iscritto. Nei miei spostamenti per Milano sceglierò chi è più professionale, più efficiente, più civile.
(Beppe Severgnini, dal Corriere della Sera)

lunedì 20 gennaio 2014

Legalizzazione delle droghe leggere: un segnale anche da Milano

Attivarsi presso il governo per chiedere il superamento della Fini-Giovanardi e la legalizzazione della cannabis, tenendo ferme le normative repressive del traffico internazionale e clandestino di droghe.
Passare da un impianto di tipo proibizionistico a uno di tipo legale della produzione e della distribuzione delle droghe leggere. 
E' quello che ho chiesto, insieme ai colleghi Gibillini (SEL), Cappato (Radicali) e Sonego (FDS), con un ordine del giorno presentato in Consiglio, ancora da discutere.
Perché la legalizzazione non solo è il più efficace decreto svuota-carceri, non solo è il più grande tesoretto da destinare ai servizi sociali, ma è anche la più grande azione antimafia di sempre.

QUI puoi ascoltare le parole mie e dei colleghi in una bella video intervista di Repubblica TV.
QUI puoi leggere un articolo di approfondimento apparso su Repubblica
QUI invece un articolo apparso recentemente su Internazionale

Ecco il testo completo dell'ordine del giorno che abbiamo depositato.
ORDINE DEL GIORNO
Oggetto: Coltivazione a fini di commercio, acquisto, produzione e vendita di cannabis indica e dei prodotti da essa derivati, tenendo ferme le normative repressive del traffico internazionale e clandestino di droghe.
PREMESSO CHE
Dal 1995 ad oggi, la possibilità di un confronto pragmatico ed equilibrato in Parlamento è stata resa vana dall’ostruzionismo manifestato dalle posizioni più estreme e proibizionistiche, seppure nel Paese il tema della legalizzazione dei derivati della cannabis indica abbia acquisito consensi sempre più vasti;
Al di là di una impostazione ideologica, importanti riflessioni scientifiche e proposte concrete, hanno posto l’accento sulle esperienze e sulle scelte compiute in questi anni in Europa, sia sotto il profilo legislativo, sia in fase sperimentale ed oggi con risultati consolidati per quel che riguarda i programmi e le politiche di riduzione del danno.
Nel corso degli anni Novanta non pochi sono stati i progressi compiuti dal dibattito nella società italiana e negli orientamenti dell’opinione pubblica. Il successo, nel 1993, del referendum abrogativo delle norme penali del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, ha dimostrato che la scelta repressiva, ispiratrice di quel testo, deve lasciare spazio ad una visione più pragmatica che privilegi un approccio di riduzione del danno. Tale consapevolezza, tuttavia, non ha avuto un approdo legislativo coerente con i risultati del referendum.
Oggi la situazione è ancora più` difficile perché la nuova legge approvata con un colpo di mano nel 2006, oltre a rivendicare una svolta di 180 gradi nella politica sulle droghe in senso repressivo, ha cancellato la differenza tra le diverse sostanze, mettendo in una unica tabella droghe pesanti e droghe leggere. Il risultato è che le carceri sono piene non solo di tossicodipendenti ma anche di consumatori condannati per detenzione di pochi grammi di “erba” o per la coltivazione di una piantina di canapa.
Occorre far valere di nuovo, a distanza di molti anni dal referendum, la capacità pragmatica di valutare i termini effettivi, anche e in primo luogo sotto il profilo giuridico e legislativo, delle politiche di riduzione del danno e, in quest’ambito, della legalizzazione dei derivati della cannabis indica, senza, appunto, pregiudizi, come è stato proposto tanti anni or sono, dagli appelli ad una più incisiva politica di riduzione del danno e ad una sostanziale distinzione, sotto il profilo legislativo, dei derivati della cannabis indica dalle altre sostanze stupefacenti.
Appelli sottoscritti da autorevoli esponenti della cultura, della società civile, del volontariato e da operatori delle strutture pubbliche, fra i quali si vuole ricordare, a
testimonianza della possibilità di un approccio laico a questioni complesse che richiedono equilibrio e capacità di innovazione, il senatore a vita, ora scomparso, Paolo Emilio Taviani, firmatario di un appello al Parlamento promosso da Franco Corleone e Luigi Manconi e sottoscritto, fra gli altri, da Michele Salvati, Antonio Tabucchi, Umberto Veronesi, in cui fra l’altro si affermava che «la legalizzazione delle cosiddette "droghe leggere" è opportuna non solo perché la valutazione delle conseguenze connesse al loro consumo non dovrebbe interessare il diritto penale (se non nei casi in cui il consumo, appunto, nuocesse ad altri)» e che «l’uso della cannabis non viene vietato in quanto pericoloso, ma è pericoloso proprio in quanto vietato». Nel corso di questi anni la logica penale ha aggravato e pesantemente condizionato la realtà del nostro Paese e reso ancora più difficile un diverso ed equilibrato approccio ai problemi delle tossicodipendenze, in generale, e alla realtà del consumo delle sostanze illegali.
I dati relativi alla sfera penale sono nel contempo drammatici e indicativi. In Italia come in Europa il 50 per cento dei detenuti è in carcere per reati connessi al consumo di sostanze stupefacenti.
CONSIDERATO CHE
L’Europa, con l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (OEDT), ha da tempo sollecitato i Paesi europei a misure positive di riduzione del danno, sulla base anche delle esperienze ormai diffuse e consolidate: dalla Svizzera all’Olanda, dalla Germania alla Spagna, dal Belgio al Portogallo. Di contro in Italia l’approccio penale deprime e rende complesso il ruolo delle strutture pubbliche, come dimostrano i dati contenuti nelle relazioni annuali al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze, e limita la possibilità di attuazione di progetti sperimentali di riduzione del danno.
CONSIDERATO CHE
Recentemente l’associazione «Forum Droghe» ha curato l’edizione italiana del volume: «Dopo la war on drug». Un piano per la regolamentazione legale delle droghe, un testo elaborato dalla Fondazione inglese Transform impegnata da anni sul terreno della politica di riforma delle droghe. Il lavoro presenta una serie di opzioni pratiche e concrete per la creazione di un sistema normativo globale per tutte le sostanze psicoattive ad uso non medico, tracciando chiaramente un percorso di superamento della proibizione definita dalle Convenzioni delle Nazioni Unite. Sono molte le voci che ormai certificano il fallimento della war on drugs come testimonia il documento della Commissione latino-americana su droghe e democrazia, un organismo di esperti promosso dagli ex Presidenti Cardoso del Brasile, Gaviria della Colombia e Zedillo del Messico che chiedono un cambio di paradigma; un altro documento fondamentale è quello di questo anno della Global Commission on drug policy presieduta dall’ex Segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, che chiede una scelta a favore della legalizzazione.
Non va trascurato neppure il costo fiscale del proibizionismo. Recenti contributi teorici sostengono la superiorità degli strumenti fiscali per contenere il consumo di droghe rispetto alla applicazione di una normativa proibizionista.
In Italia il consumo di tabacchi ed alcolici è appunto scoraggiato tramite l’imposizione di una elevata tassazione. Uno studio del professor Marco Rossi dell’Università La Sapienza di Roma, stima le imposte ricavate sulla vendita della cannabis in 5,5 miliardi l’anno.
Il Consiglio Comunale di Milano
IMPEGNA il Sindaco e la Giunta
Ad attivarsi presso il Governo perché esso emani un decreto di legge che preveda il passaggio da un impianto di tipo proibizionistico ad un impianto di tipo legale della produzione e della distribuzione delle droghe cosiddette «leggere» traendo spunto dal disegno di legge dei Senatori Della Seta e Ferrante che propongono una norma che consenta, in deroga alle previsioni dei titoli III, IV, V e VI del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, la coltivazione a fini di commercio, l’acquisto, la produzione e la vendita di cannabis indica e dei prodotti da essa derivati tenendo ferme le normative repressive del traffico internazionale e clandestino di droghe, oggetto della gran parte delle convenzioni internazionali in materia di droghe. Un successivo decreto potrebbe determinare le caratteristiche dei prodotti destinati alla vendita al dettaglio, della tipologia degli esercizi autorizzati alla vendita e della loro distribuzione sul territorio, nonché dei locali pubblici in cui potrebbe essere consentito il consumo delle sostanze. La soluzione proposta consentirebbe l’introduzione di un’imposta sulla fabbricazione e vendita di prodotti di consumo (accisa) e nel breve periodo di promuovere una fase necessaria di transizione e sperimentazione, che deve vivere di una ulteriore sedimentazione di una cultura diffusa in ordine alla tollerabilità del consumo di droghe “leggere”.
Luca Gibillini
Marco Cappato
Anita Sonego
Emanuele Lazzarini


venerdì 10 gennaio 2014

Regolamento Edilizio: quando un articolo può cambiare una città

Sono passati venti mesi esatti dall'occupazione della Torre Galfa. Il primo Macao. Il primo grande elettroshock collettivo, che ha aperto gli occhi della città sull'assurdità di quei ventiseimila metri quadri inscatolati in una gabbia di acciaio e vetro, dell'ingiustizia di tutti i luoghi sottratti alla collettività e lasciati a morire nell'incuria, abbandonati nel cuore di una Milano così affamata di spazi da riscoprire e liberare.
Venti mesi fa c'era qualcuno che rivendicava, qualcuno che contestava, qualcuno che si indignava. Sicuramente tutti ci chiedevamo: come? Come fermare quel degrado, contrastare l'abbandono, restituire un senso pubblico a quei pezzi di città lasciati nell'incuria?
Venti mesi dopo abbiamo una risposta.
La piccola grande rivoluzione arriva con uno strumento che porta il nome di Regolamento Edilizio. E che prevede, in uno dei suoi articoli più importanti (il numero 12), che tutti gli edifici non manutenuti e non utilizzati da più di 5 anni e per almeno il 90% della superficie, possano essere, dopo un preciso iter amministrativo, restituiti ad una funzione pubblica.
Come? 
Il Comune, accertato lo stato di abbandono, potrà diffidare la proprietà ad eseguire interventi di ripristino e messa in sicurezza dell'edificio. I proprietari dovranno presentare un progetto preliminare per l'esecuzione degli interventi, e se non lo faranno, il Comune interverrà in via sostitutiva, addebitando il costo più una sanzione. Se poi l’intervento dovesse essere troppo oneroso o non immediatamente eseguibile dal Comune, si potrà attribuire ai beni in questione una destinazione pubblica.
In più, (!) se un soggetto che possiede immobili in disuso chiederà di costruire su aree libere, non gli verrà rilasciata l'autorizzazione fino a che non avrà avviato i lavori di ristrutturazione dell'immobile abbandonato.

Il Regolamento, licenziato dalla Giunta, è ora al vaglio della Commissione Urbanistica e arriverà a breve in Consiglio Comunale. Ci sarà sicuramente da lottare, ma portare a casa questo successo sarà davvero una vittoria storica per la nostra città. Una risposta alla speculazione immobiliare che ha trasformato, sventrato e poi abbandonato, una risposta al bisogno di spazi dove far vivere la città pubblica, quella disegnata con il Piano di Governo del Territorio e ora forte di un ulteriore, importantissimo, strumento di tutela.

Per consultare il testo ora in discussione (quindi non definitivo) clicca qui.

Emanuele Lazzarini


 

giovedì 11 luglio 2013

Registro sulle vololontà del fine vita, un altro piccolo passo sulla strada dei diritti

Abbiamo approvato la delibera di iniziativa popolare che istituisce il registro sui trattamenti sanitari di fine vita (o meglio, il Registro delle attestazioni di deposito in merito alle dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari di fine vita).
D'ora in poi, il Comune potrà ricevere e conservare un documento che attesta dove e presso chi un cittadino ha lasciato le proprie disposizioni su trapianti di organi, cremazione, e soprattutto trattamenti medici che intende o non intende consentire su di sé, quando si ritrova in una situazione di perdita di coscienza permanente e irreversibile.
L’iscrizione al Registro averrà nella forma di dichiarazione sostitutiva di attore notorio, potrà essere richiesta da tutti i residenti del Comune di Milano e il venir meno della residenza non comporterà la cancellazione. I cittadini potranno comunque, in ogni momento, chiedere la modifica o la totale rimozione della dichiarazione. I dichiaranti potranno anche nominare dei fiduciari che avranno il compito di collaborare all’attuazione delle dichiarazioni.
E' un passo piccolo ma importante, ma è chiaro che senza un intervento del Parlamento che colmi questo vuoto legislativo, la strada dei diritti sarà sempre in salita.

lunedì 12 novembre 2012

Lettera al Corriere

Ecco la lettera che abbiamo scritto a sei mani: Pietro Tatarella, Mattia Calise ed io.
Pubblicata sul Corriere della Sera sabato 10 ottobre 2012 (qui).

Abbiamo meno di trent’anni e facciamo riferimento a tre schieramenti politici diversi, ma non ne facciamo né una questione generazionale né una questione di differenze politiche. Siamo semplicemente innamorati della politica, e vogliamo fare di tutto per lavorare di più e meglio per la nostra città. Già in un dibattito estivo che ci ha visto protagonisti, era emerso un comune disagio riguardo al funzionamento del consiglio comunale, alle energie gettate al vento, alla fatica di incidere davvero nei processi decisionali. Sappiamo che non è solo un problema di regole, ma sappiamo anche che il nostro regolamento ha degli aspetti da riformare radicalmente, perché non sono più al passo coi tempi e con la necessità di coinvolgere sempre di più la città. La verità è che oggi il mondo comunica con 140 caratteri, e il consiglio comunale di Milano sembra essersi fermato alla preistoria. È il gioco delle parti tra chi governa e chi deve opporsi, si dirà. Ma è un gioco che spesso non permette di discutere nel merito delle questioni e riduce tutto a una prova muscolare disumana e senza senso. Con la città, fuori, che si aspetta un'amministrazione efficiente e moderna, ma si ritrova testimone avvilita di uno spettacolo umiliante e persino diseducativo. Calvino direbbe "accettare l'inferno e diventarne parte al punto di non vederlo più": ecco, noi siamo convinti che il cambiamento possa arrivare dal lavoro trasversale di tutti coloro che credono che un modo diverso di lavorare per la propria città esista.
Efficientamento e migliore programmazione dei lavori dell’aula, rispetto dei tempi e delle persone, revisione del ruolo delle commissioni, digitalizzazione degli atti. Sono solo alcuni degli obiettivi che vorremo discutere al più presto, non appena la commissione affari istituzionali vorrà dare inizio a questo percorso. Se è questione di volontà, noi ci siamo. La città, indipendentemente da chi la governa e chi la governerà, si merita molto di meglio.


Mattia Calise (M5S)
Emanuele Lazzarini (PD)
Pietro Tatarella (PDL)


domenica 14 ottobre 2012

Piazza Fabio Chiesa, per sempre

L'intitolazione di Piazzale Fabio Chiesa, ieri pomeriggio, è stato uno dei momenti più emozionanti di questo anno di consigliatura. Una di quelle (pochissime) volte in cui ti rendi conto che l'istituzione e la città possono diventare una cosa sola, lavorando fianco a fianco, stessi desideri, stessi ostacoli, stesse gioie, stesse emozioni.
Non ho mai avuto la fortuna di conoscere Fabio. Quello che oggi so di lui viene dai racconti dei suoi amici e dagli occhi splendenti dei suoi compagni di strada.
Una cosa, tra tutte, credo di avere capito: che Fabio rappresenta esattamente la città che sogniamo, quella per cui lavoriamo, nel nostro piccolo, tutti i giorni. Fabio era un uomo normale e straordinario insieme, un artista e un sognatore, uno che si entusiasmava e costruiva, uno che ha lasciato in molti, anche dopo la sua scomparsa, il seme della gioia per le cose belle, seme che germoglia e cresce giorno dopo giorno sul palcoscenico del teatro Ringhiera, sulla sua piazza colorata e in tutto il quartiere di cui il teatro è diventato cuore pulsante e luogo di speranza.
E allora quella targa non ricorda solo Fabio, ma la sua idea di città e di vita, che poi è la nostra. Quella targa resterà lì per sempre, a ricordarci tutto questo. Come Calvino che ci invita a "far durare" le cose che in mezzo all'inferno, non sono inferno. Ecco, proprio così.



martedì 19 giugno 2012

Lettera a Mattia Calise (M5s)


"I miei colleghi guardano la partita durante il Consiglio... Accade nella sala adiacente allestita con il proiettore. La seduta andrà avanti tutta la notte, ma io qui li saluto, se questo è il rispetto delle istituzioni vado a mangiare normalmente a casa."
(Mattia Calise)







Caro Mattia,

ieri, prima di andartene a casa indignato (l'avrei fatto anch'io al tuo posto) hai scattato una bella fotografia.
E anche se non si vede, in quella foto ci sono anch'io, davanti a quello schermo improvvisato su cui scorrevano (un po' a scatti, per la verità) le immagini della partita dell'Italia, mentre nell'aula a fianco era in corso il Consiglio Comunale. Sì, lo puoi ben dire, ho commesso l'inespiabile colpa di assentarmi per qualche minuto dall'aula consiliare per guardare la partita.
Caro Mattia, mi perdonerai questo sfogo, ma il populismo ha le gambe corte, o almeno così vorrei pensare.
E sulle ali del populismo (e del popolino), stanotte quella fotografia ha fatto il giro di mezzo Facebook. Fuori l'iPad e click, hai immortalato un'istantanea rendendola un'icona. Un'immagine fantastica peraltro, bravo. Il sogno di ogni grillino. La dimostrazione (oserei dire) pubblicitaria che destra e sinistra (tuttiugualistessoschifo, naturalmente) sono shifosamente uguali (o ugualmente schifosi?) anche quando, figuriamoci!, si parla di pallone. Ovviamente in barba agli onesti cittadini che ci pagano pure il gettone.

Ecco, oggi hai sbattuto ancora una volta "il mostro in prima pagina", ma questa volta davanti al giochino del "like" facile non ci sto più.
Capisco che abbiate solo da guadagnarci dal diffondersi del popolo-pensiero tuttiugualistessoschifo, ma da te, che sei una persona che stimo, mi aspetterei qualcosa di più... come dire... raffinato.
Ad esempio, invece di indurre i tuoi lettori a pensare che "i cattivi" sono quelli che si prendono 10 minuti di pausa dall'aula o fanno due chiacchiere con il compagno di banco o leggono le mail durante il consiglio (cose che peraltro, ovviamente, anche tu stesso fai), perchè non racconti la verità fino in fondo?
Forse anche i tuoi lettori la smetterebbero con l'ipocrisia del "oh, guarda! Ci sono due consiglieri malvagi che chiacchierano!!!!!!", e forse si renderebbero conto anche loro che il guaio di questo sistema gravemente malato non è certo il fatto che il consigliere Taldeitali si è assentato per qualche minuto dall'aula per guardare uno spezzone di partita, quanto invece l'insieme di regole e prassi folli che hanno permesso che il non-rispetto delle istituzioni democratiche, della dialettica, dei tempi della politica e della vita, sia diventato la normalità. E' così che la "fuga dall'aula", oltre che normale, diventa desiderabile e anzi, quasi vitale. Per legittima difesa.

Caro Mattia, piacerebbe anche a me andare a casa a cena come hai fatto tu. Ma si da il caso che abbia la responsabilità di mantenere il numero legale per far sì che il bilancio della nostra città (bello o brutto che sia) venga votato entro il 30 giugno. E questo a costo di sopportare per giorni e notti le umiliazioni dell'opposizione che col suo ostruzionismo a oltranza svilisce il senso di quest'aula e il senso della democrazia. Ma cosa credete, che solo voi del M5S siate indignati di questo teatrino? Che solo voi siate imbarazzati della vuotezza di quest'aula??? 
Evidentemente no. 
Se ti ricordi bene, nel mio primo intervento (l'11 settembre scorso) ho parlato proprio di questo.
E ancora prima (il 29 luglio scorso, dopo la prima notte insonne in Consiglio), denunciavo: "non mi interessa niente di quello che è stato finora, non mi interessa niente se i miei colleghi dell'ex opposizione facevano esattamente lo stesso. Io - noi - arriviamo oggi. E oggi abbiamo il diritto di denunciare questo morbo che inquina la nostra politica e rende improduttivi e non più credibili i nostri sistemi politici".
Su queste battaglie, caro Mattia, sarò con te, sempre.
A patto però che lasciamo fuori la demagogia e il qualunquismo che danneggiano tutti in modo irreparabile, e distinguiamo il male dall'innocuo. Ecco, io credo che il male qui non siano "i politici della casta": i responsabili dello scempio istituzionale hanno nomi e cognomi, oggi sono i consiglieri dell'opposizione di centrodestra come ieri erano alcuni consiglieri del centrosinistra, con buona complicità di un regolamento folle che permette tutto questo. 
Non certo di chi invece di ascoltare il disco rotto di qualche consigliere d'opposizione (irresponsabile, provocatrice, demagogica, sfacciata) ha scelto di sedersi 10 minuti per vedere i gol dell'Italia (evvai).

PS: per la cronaca, con la discussione sull'addizionale irpef ci siamo portati a casa circa 2 euro l'ora. Naturalmente senza straordinari, ferie, malattie o contributi. Ahhh, la casta!

mercoledì 25 aprile 2012

25 aprile. Per ricordarci chi siamo, senza cambiare la storia

Oggi è il 25 aprile, festa della liberazione d'Italia, giorno di memorie, giorno di coscienza, giorno di comune sentire e di vicinanze positive.
Oggi non sarò in corteo a Milano: quest'anno la strada mi spinge verso sud, fino a Faenza e poi su per gli appennini romagnoli fino a respirare l'aria buona di Ca' Malanca, un posto incredibile, memoria viva di resistenza e di lotta per la liberà dal nazi-fascismo, oggi museo storico della resistenza dell'Emilia Romagna.
Ci tengo a farlo, voglio che questo oggi non scivoli silenzioso come un giorno qualsiasi, come una festa indifferente, come un ricordo da annegare in un passato non più nostro. E ci tengo ancora di più, quest'anno, perchè mai così tanto ho respirato parole di negazione, di indifferenza, di revisione di una storia che sì, sarà anche stata scritta dai vincitori, ma chissà cosa saremmo oggi se avessero vinto quegli altri.
E' questo il punto. I partigiani lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti. 
L'ha scritto con la nota lucidità Michele Serra, ieri, riprendendo le parole di Francesco Guccini, ribelle alla vergognosa appropriazione del suo verso "gli eroi son tutti giovani e belli" da parte di chi oggi inneggia ai "ragazzi di Salò".
Quella non era una "guerra civile che come tale andrebbe commemorata solo nei cimiteri" come mi ha scritto su facebook un ragazzo qualche giorno fa. 
Perchè non erano tutti uguali.  
I partigiani lottavano per la libertà. 
I fascisti stavano con i nazisti. 
Punto.
Se non fosse che la storia poi qualcuno la vuole annebbiare, rimescolare, riarrangiare su trame nuove e pericolose, in cui i personaggi si confondono e i contorni di una lotta di libertà sfumano in una guerra tra uguali, che finisce per dimenticare il senso di quella lotta e le ragioni di chi l'ha fatta, quella lotta.
Calvino scriveva "dietro il milite delle brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, ché di queste non ce ne sono”.
E allora festeggiamolo, questo 25 aprile, tutti quanti.
Perchè quella Libertà -e quella Costituzione, la nostra- non siano i valori della nostra sinistra, ma i valori del nostro Paese. Sempre.


L'Amaca, Michele Serra, 24.4.2012
“I partigiani lottavano per la libertà, i fascisti stavano con i nazisti". Così Francesco Guccini si ribella all’appropriazione indebita di un verso della Locomotiva (“gli eroi sono tutti giovani e belli”) stampato su un manifesto che inneggia a Salò. Non si potrebbe esprimere in maniera più semplice, e insieme più giusta, la differenza tra partigiani e repubblichini: contro il nazismo oppure a fianco del nazismo, questa fu la scelta. Eppure questa verità, oggi, suona quasi anticonformista, e perfino intellettualmente difficile: le carte sono state tutte rimescolate, e alcune anche truccate, dalla pervasiva, insistente, annosa campagna di revisionismo storico che ha accompagnato gli anni di Berlusconi, primo premier della storia repubblicana non antifascista. L’espediente retorico di rendere omaggio alla “voce dei vinti” ha finito per trasformare, pian piano, i lupi in agnelli, e la minoranza di ragazzi generosi e coraggiosi che, sebbene cresciuti dentro un regime stupido e razzista, presero la via dei monti, nel racconto revisionista viene spacciata per un potere soverchiante e opportunista.
Domani è il 25 aprile e ogni anno che passa festeggiarlo diventa sempre più importante, sempre più giusto e, per quanto mi riguarda, sempre più emozionante.

giovedì 3 novembre 2011

Per Fabio Guido Chiesa, attore e animatore

Ecco la mozione che oggi abbamo depositato in Consiglio Comunale. 
L'abbiamo preparata con passione, Lorenzo ed io, consapevoli di percorrere un altro pezzetto di strada per dare a quel piazzale senza nome, davanti al Teatro Ringhiera, il nome di Fabio Guido Chiesa, attore e animatore. 
Non ho mai conosciuto Fabio, ma la descrizione che ne fanno i suoi amici mi è bastata. Fabio è stato l'anima e il cuore dei primi, difficili anni del teatro, prima che la strada lo portasse via sulla sua bicicletta, il 4 giugno 2010. Quella piazza, una volta grigia e triste, ora sicuramente più colorata e viva, merita il suo nome. Per tutto i motivi che abbiamo provato a scrivere, e per tutti quelli che non riusciremo mai a raccontare.




lunedì 12 settembre 2011

L'aula, la dialettica, la democrazia


Ecco il video e la trascrizione dell'intervento che ho fatto oggi in aula.
Buona visione e buona lettura!



Siamo usciti tutti un po’ provati dalle nottate di fine luglio, non solo perché abbiamo approvato una delibera difficile, ma anche perché abbiamo assistito a un certo modo di fare politica, a un certo modo di fare opposizione, a un certo modo di vivere l’aula.

Non vi posso nascondere che quei giorni mi hanno lasciato addosso una profonda sensazione di disagio e una sincera preoccupazione per il futuro. Forse molti di voi ci avranno fatto l’abitudine, ma vi garantisco che entrare qui dentro e vedere che il dibattito è spesso un finto dibattito, e che nessuno ascolta nessuno perché nessuno dice niente, è uno spettacolo che definirei quasi angoscioso.
E mi perdonerete, mi perdoneranno in particolare i colleghi più anziani, se questo intervento potrebbe suonare come un segnale di presunzione. Niente affatto. È la semplice opinione di un ventitreenne che ha ancora la voglia e la determinatezza di dire che c’è-qualcosa-che-non-funziona. E peraltro, guarda caso, è l’opinione comune di moltissimi colleghi, non necessariamente giovani, che sono alla prima esperienza in quest’aula. “L’ingenuità”, si dice a volte…

E non vi posso, e non vi voglio nascondere il mio sconcerto, quando ho assistito alla confessione di un consigliere della vostra minoranza, che sorridente e addirittura divertito, diceva a un mio collega di maggioranza che se foste stati voi al governo di questa città avreste dovuto, per forza di cose, introdurre l’addizionale Irpef, e noi, dai banchi dell’opposizione, avremmo replicato lo stesso teatrino ostruzionista che avete messo in scena voi.
Ma... vi sembra una cosa normale?
No, davvero, fermiamoci un attimo perché poi nella confusione sembra quasi che i meccanismi cerebrali si inceppino e poi ci illudiamo che sia normale quello che normale non è affatto.

E, permettete, io mi sono già stufato delle pacche sulle spalle e degli sguardi quasi pietosi che tutti i consiglieri più anziani, della mia parte politica e della vostra, mi rifilano, dicendo: “è sempre stato così, è la prassi!”, come a voler dire “cià, dai, lascia che ti insegni un po’ io come vanno le cose in politica”.
Io credo, è naturale, che il problema non sia opporsi a un provvedimento che non si condivide, ci mancherebbe altro. Il problema è il modo in cui lo si fa e l’alternativa che si propone. Il problema è il livello a cui si porta la discussione, e la serietà e la dignità con cui si sta qui dentro.

Vedete, spesso parlate – e parliamo – dell’allontanamento dei giovani dalla politica, del loro preoccupante disinteresse. Beh, mi vien da dire, sfido io a interessarsi. Sfido io, quando l’immagine che diamo, qui fuori da quest’aula, è quella di un luogo mortificato, svuotato, svilito del suo significato e del suo immenso valore democratico. E quello che dovrebbe essere il regno della dialettica democratica, io l’ho visto più spesso trasformarsi in un mercato del pesce, altro che democrazia.

E la mia critica, qui, va oltre le parti politiche. Non dimentico certo che spesso le opposizioni di centro sinistra, nel parlamento e nelle assemblee locali, hanno cavalcato le stesse identiche logiche.
Ma il punto è proprio questo.
Perché non troviamo il coraggio, noi, qui e ora, di cominciare una rivoluzione nel modo di fare politica. È ambizioso, lo so, ma proviamoci qui, a Milano, adesso e insieme. D’altronde siamo solo all’inizio! Mettiamo da parte quello che è successo e cominciamo da capo. Con i giovani consiglieri in prima linea e insieme a tutti quelli che vorranno seguirci.

Perché non stringiamo un patto di onestà, un codice d’onore, con cui ci impegniamo a rispettare il nostro tempo e il nostro lavoro, a dibattere, magari anche a scontrarci, ma sempre con onestà e con serietà, impegnandoci per tenere sempre alto il livello della discussione. E allora sì, ripensiamo il regolamento ma ripensiamo anche ai nostri comportamenti, e al messaggio che lanciamo fuori di qui.
E ricordiamoci che la disaffezione, il malcontento, la rabbia della gente non passa solo, e non passa tanto dalle misure impopolari che una giunta è costretta a prendere, quanto dal clima politico che noi, temporanei rappresentanti di chi sta qui fuori, istauriamo qui dentro.

È per questo che mi auguro (e ci auguro) che la nuova stagione, che non è non solo quel partigiano “vento che cambia”, ma una trasversalissima necessità di serietà e di dignità, sia da oggi il nostro faro e la nostra comune intesa per proseguire i lavori negli anni che verranno.
Grazie.

venerdì 29 luglio 2011

C'è qualcosa che non va

E' il venti di giugno quando entro per la prima volta nell'aula di Palazzo Marino. Più di un mese fa.
Da quel giorno ad oggi succedono tante cose. Mai, però, avverto il desiderio di condividere, raccontare, riempire di inchiostro digitale le pagine a pixel di questo blog. Non per presunzione, non per disinteresse, non per pigrizia. Un po' sicuramente perchè manca il tempo per farlo. Ma ancor di più perchè è un inizio con poca emozione, tanta burocrazia, tanta lentezza procedurale, e con una grandissima e sempre crescente voglia di iniziare a lavorare davvero, a fare sul serio, a sentirsi ingranaggio di un motore acceso e ben funzionante.

Poi finalmente partono le commissioni consiliari, discutiamo e approviamo il tanto discusso accordo di programma per Expo 2015, e poi arriva in aula la variazione al bilancio previsionale e l'inserimento dell'addizionale irpef. Mercoledì 27 giugno 2011.
Le casse del Comune piangono lacrime amarissime (i milioni che mancano sono centottantasei).
La giunta presenta una proposta di delibera per chiedere l'inserimento dell'addizionale irpef dello 0,2% con esenzione sotto i 26.000 euro di reddito.
L'opposizione, come da definizione, si oppone.
Ma la discussione è tutt'altro che una fase dialettica proficua. E' una battaglia superficiale e strumentale, condotta al suono di 650 emendamenti che ci costringono a quindici ore di aula, con l'unico obiettivo, per l'opposizione, che tirandola in lungo si arrivi si primi giorni di settimana prossima con l'organico dimezzato dalle vacanze imminenti, e quindi con l'impossibilità di garantire il numero legale e lo svolgimento dei lavori. Insomma, un modo facile per far saltare tutto.
Alla faccia della responsabilità.
E questo gioco, ai miei occhi, e a quelli di molti dei nuovi arrivati, è pregno di una perversione e di un'indecenza che mi indignano a tal punto che non riesco a trovare il vocabolario giusto per descriverlo.

Ma come funziona, esattamente?
Gli emendamenti si discutono a gruppi tematici. Prima tutti quelli che riguardano la soglia di esenzione, poi quelli che riguardano l'aliquota, e così via. Naturalmente non di discutono tutti gli emendamenti: per la maggior parte dei blocchi si parte a discutere l'emendamento che fissa una modifica minima, poi quello che fissa una modifica massima, e poi quello che ne fissa una media. Colui che propone l'emendamento ha cinque minuti di tempo illustrarlo, a cui segnono gli interventi dei capigruppo di tutti gli altri gruppi e partiti (ognuno con cinque minuti massimo). Infine, se un consigliere dissente dall'intervento del suo capogruppo, ha diritto ad un ulteriore minuto per intervenire.
Un processo lungo, insomma, ma che se garantisse una dialettica seria e nel merito delle scelte, non sarebbe affatto tempo perso.
Ma, ahinoi, nemmeno uno degli emendamenti prevede un modo alternativo per reperire le risorse mancanti, nè tantomeno, nei discorsi sempre uguali dei proponenti, queste risorse vengono identificate. Solo generici slogan per la stampa.

E così passano un pomeriggio, una serata e una notte intera. A prendere in giro un'aula. A prendere in giro una città. A calpestare la propria dignità inventandosi argomentazioni clamorosamente faziose al solo fine di far passare minuti. A seppellire sotto metri di sterile retorica il rispetto per il tempo, le forze e la salute delle persone che sono costrette in quell'aula. Consiglieri e funzionari.
Dignità.
Dignità.
Persa, quando i consiglieri di Pdl e Lega scatenano una bagarre ad ogni decisione del presidente del consiglio.
Persa, quando alle quattro di notte il consigliere Morelli non riesce a trattenere le risate nel tentare di argomentare un intervento delirante.
Persa, quando alle sette del mattino, dopo una notte in bianco, il consigliere Tatarella si permette di blaterare su Vespasiano e altre idiozie cercando di far perdere gli ultimi preziosi minuti.
Quando dico che fa schifo tutti ti rispondono che è così, che è parte del gioco, che fino all'anno scorso era lo stesso a parti invertite. Meno male che non sono all'opposizione, mi vien da dire. Mi troverei ad essere mio malgrado complice di un comportamento che disprezzo profondamente, e che ho intenzione di denunciare e di contrastare con tutti i mezzi che avrò a disposizione. Non mi interessa niente di quello che è stato finora, non mi interessa niente se i miei colleghi dell'ex opposizione facevano esattamente lo stesso. Io - noi - arriviamo oggi. E oggi abbiamo il diritto di denunciare questo morbo che inquina la nostra politica e rende improduttivi e non più credibili i nostri sistemi politici.

sabato 11 giugno 2011

L'ideologia fa il referendum

Mi permetto, in extremis, alcune considerazioni sui referendum di domani e dopo. Sulle ragioni dei miei quattro sì, sul loro contenuto, sulla gestione della propaganda, sull'occasione di dibattito vero mancata.
E parto proprio da qui, perchè il modo in cui è stata gestita la propaganda proprio non mi è piaciuto. Perchè soprattutto per quanto riguarda acqua e nucleare, le questioni sono davvero complesse e articolate. E l'ideologizzazione del problema non fa il gioco di nessuno, se non quello della disinformazione.


Partiamo dall'acqua.
L'acqua è un bene strano: tendiamo a chiamarlo "bene pubblico" (sottintendento probabilmente la necessità che il bene-acqua sia accessibile a tutti) quando in realtà, tecnicamente, non può esserlo. Un bene pubblico, difatti, possiede due caratteristiche: la non rivalità e la non escludibilità nel consumo. In altre parole, in primis, il mio consumo di quel bene non implica che tu non possa consumare lo stesso bene nello stesso momento; in secundis, è difficile escludere qualcuno dal consumo di quel bene.
Con questa definizione pare chiaro che l'acqua non può soddisfare completamente questi due principi, e che dunque il dibattito va gestito in altri termini.
Ad esempio, dobbiamo ricordarci che l'acqua è anche un bene naturale scarso, che deve essere preservato per il futuro del nostro pianeta.
Cosa significa questo? Che nella riflessione sulla gestione idrica bisogna conciliare la dimensione dell'accessibilità con quella del risparmio e della preservazione della risorsa.
Ciò che è interessante è che le due dimensioni sono tenute insieme da un'unica variabile: il prezzo dell'acqua. Una tariffa alta, ad esempio, pone un problema in termini di equità dell'accesso, ma è probabile che riduca gli sprechi domestici (come è successo a Singapore). Una tariffa bassa (come quella odierna), invece, garantisce acqua accessibile a tutti senza però porre nessun disincentivo ai consumi sconsiderati.
Il prezzo, dunque, è un elemento chiave per regolare simultaneamente i due meccanismi.
Si potrebbe, forse, ragionare su una tariffa a scalare, che garantisca a tutti l'accesso per i primi X litri pro capite giornalieri, aumentando poi per disincentivare ulteriori consumi non strettamente necessari.
Non è una ricetta magica, ma parlare, ad esempio, di questo, invece che ideologizzare il dibattito e congelarlo su posizioni estreme, farebbe senz'altro bene a tutto il paese. E la tariffa è solo uno degli aspetti interessanti. Il ruolo dei capitali privati e la reale possibilità del pubblico nel miglioramento delle reti idriche, l'importanza di un'authority regolatrice, il focus sulle buone pratiche pubbliche e private, l'attenta analisi del decreto Ronchi (che obbliga! a privatizzare le gestioni)... ecco, tutto questo è passato in secondo piano, tutti presi com'eravamo a dividere, come spesso accade, il mondo in buoni (il pubblico) e cattivi (il privato), creare un clima di terrore dipingendo scenari di catastrofica siccità o brandendo slogan spesso insignificanti e devianti.

Ma veniamo al nucleare.
Anche qui, a fronte di una serie incredibilmente varia di questioni da dibattere, il focus si è concentrato quasi esclusivamente sulla sicurezza, almeno per quanto riguarda il fronte del "si". Manifesti del terrore, evocazione di catastrofi epocali, alimentazione e strumentalizzazione delle paure.
Ma se il tema della sicurezza è senz'altro qualcosa su cui riflettere, vero è che è solo uno (e, a mio avviso, non certo il principale) dei motivi per rifiutare la svolta nucleare. Ma purtroppo delle questioni economiche, delle vere ragioni che sottostanno al nostro caro-bolletta (dalle mancate liberalizzazioni al meccanismo perverso con cui si crea il prezzo dell'elettricità), della relazione tra investimenti in nucleare e in rinnovabili, delle reali tempistiche di costruzione, nonchè della gestione delle scorie, pochissimo si è parlato.

Se per il sostegno di Giuliano Pisapia le energie creative si sono sprigionate con incredibile efficacia, questa volta, mi duole dirlo, le stesse forze si sono (spesso, non sempre) appiattite verso il basso, schiacciate nella banalizzazione dei problemi, rese complici di disinformazione.
Forse un'informazione (a 360 gradi) diversa, attenta a consapevolizzare la popolazione e liberarla da ogni posizione aprioristica ed ideologica, meno occupata ad impressionare artificialmente con l'effetto Fukushima (o quello "deserto-del-Sahara") ma volta ad informare sulla molteplicità delle ragioni che stanno alle spalle di ogni problema (specialmente quando sono così complessi e decisivi), finirebbe per non dare i risultati attesi in termini di quorum.
Ma senz'altro un popolo che ragiona con la testa invece che con la pancia è un popolo più degno, più maturo, meno manipolabile e più pronto ad intercettare, accogliere o rifiutare le sfide che il futuro ci riserverà.
Faccio anch'io un mea culpa per non aver cercato di innescare, nel mio piccolo, un dibattito in questa direzione. Speriamo che l'occasione mancata non comprometta, anche in futuro, la nostra capacità di argomentare dei seri "no" (o dei seri "si") quando le nostre risposte saranno di importanza cruciale per il futuro del nostro paese.